Quali Sono gli Obiettivi del Bilancio Aziendale

Il bilancio è uno strumento economico-finanziario utile a rappresentare l’andamento economico-finanziario dell’azienda in un arco di tempo specifico (criterio della competenza). Esso rientra nelle attività di rilevazione e informazione, ossia quelle coordinazioni economiche parziali che devono concorrere a rafforzare l’affidabilità e l’accountability dell’istituto; ciò può risultare complesso quando i risultati di performance sociale conseguiti sono importanti e sufficientemente misurabili. L’interpretazione e una valutazione puntuale possono fornire le giuste informazioni per avere un resoconto chiaro della salute economico-finanziaria dell’azienda e adottare le più opportune strategie di management. Gli obiettivi del
bilancio non si soffermano soltanto sulle decisioni strategiche, ma coinvolgono tutti i soggetti legati – in maniera diretta o indiretta – all’attività. Questi soggetti possono essere stockholders o shareholders16: da un lato, chi detiene parte del capitale di una società; dall’altro, i portatori di interessi. Banche e fornitori sono esempi di stakeholder interessati alle prospettive aziendali in termini di economicità. L’interesse ad analizzare il bilancio aziendale da parte dei fornitori potrebbe avere ragioni di affidabilità nella solvibilità a fronte di richieste di acquisto, come anche le banche per valutare il rischio dei propri investimenti e prestiti.

Il bilancio è composto da tre parti
-stato patrimoniale
-conto economico
-nota integrativa.

I principi fondamentali caratterizzanti del bilancio sono elencati nell’art. 2423 del codice civile
Gli amministratori devono redigere il bilancio di esercizio, costituito dallo stato patrimoniale, dal conto economico e dalla nota integrativa.
Il bilancio deve essere redatto con chiarezza e deve rappresentare in modo veritiero e corretto la situazione patrimoniale e finanziaria della società e il risultato economico dell’esercizio.

Se le informazioni richieste da specifiche disposizioni di legge non sono sufficienti a dare una rappresentazione veritiera e corretta, si devono fornire le informazioni complementari necessarie allo scopo.
Se, in casi eccezionali, l’applicazione di una disposizione degli articoli seguenti è incompatibile con la rappresentazione veritiera e corretta, la disposizione non deve essere applicata. La nota integrativa deve motivare la deroga e deve indicarne l’influenza sulla rappresentazione della situazione patrimoniale, finanziaria e del risultato economico. Gli eventuali utili derivanti dalla deroga devono essere iscritti in una riserva non distribuibile se non in misura corrispondente al valore recuperato.
Il bilancio deve essere redatto in unità di euro, senza cifre decimali, ad eccezione della nota integrativa che può essere redatta in migliaia di euro.

Cosa Sono le Competenze Relazionali

Ne sono convinti da tempo i responsabili del personale più illuminati, ma anche quelli meno accorti hanno ormai acquisito un principio cardine dell’organizzazione aziendale: un buon clima in azienda e la produttività dell’impresa vanno a braccetto. Se in azienda si è instaurato un clima relazionale orientato alla collaborazione e cooperazione miste ad una sana competitività, la produttività e la qualità del lavoro non potranno che risentirne positivamente. Un sano clima aziendale è dato da variabili intrecciate tra loro.
Ci sono aspetti intrinseci, legati alle condizioni e al contenuto del proprio lavoro, percepite dal collaboratore come fonte di messa alla prova e stimolo delle proprie capacità di volta in volta riconosciute e apprezzate dai piani alti (anche in termini di aumenti di stipendio e benefits). Ma esistono anche aspetti estrinseci, nati e legati allo staff di cui si è parte, alle caratteristiche e peculiarità dei colleghi che vanno a definire un contesto in cui è stimolante lavorare.

Come evidenziato da Elton Mayo, studioso australiano considerato il fondatore della Sociologia Industriale, il lavoratore non è una macchina isolata né produce risultati che variano soltanto con il variare del lavoro, del suo stato di salute o delle buone o cattive condizioni dell’ambiente fisico. Egli è parte di un gruppo.

Il gruppo di lavoro
Ma che cosa rende un gruppo un buon gruppo di lavoro? Che cosa favorisce l’instaurarsi di relazioni positive tra colleghi e tra colleghi e direzione? In buona parte la risposta sta in come si amalgamano le diverse personalità. Ecco perché un efficace colloquio di lavoro non esaminerà soltanto le competenze tecniche del candidato, ma cercherà di coglierne la personalità, tenterà di scoprire se potrebbe essere inserito con successo all’interno di un gruppo di lavoro preesistente. A volte un candidato viene scelto proprio per questo, non perché abbia un profilo professionale più allettante di altri ma perché, a parità di competenze tecniche, viene valutato come più convincente e funzionale rispetto alle dinamiche relazionali dell’area aziendale di cui diventerà membro. Il mediatore per equilibrare un gruppo eccessivamente competitivo e individualistico, il motivatore leader per riscaldare gli animi impigriti di uno staff poco stimolato. Non esiste ruolo aziendale che non richieda il sapersi inserire in un’equipe di lavoro e portare avanti un progetto gestendo la quotidiana attività lavorativa. I selezionatori e i responsabili delle risorse umane lo sanno bene ed è per questo che le competenze sociali rientrano tra le caratteristiche dei candidati cercate e valutare con più attenzione.

Le attitudini
Qualche tempo fa il quotidiano Il Sole 24 Ore ha pubblicato un articolo dal titolo “In ufficio il solitario contagia anche i colleghi” in cui la giornalista Cristina Casadei riprendeva il pensiero di John Cacioppo, professore di psicologia all’Università di Chicago, secondo il quale oggi più che mai in azienda servono persone che hanno background diversi e la capacità di mettersi intorno a un tavolo a parlare. Dopo tutto, quale datore di lavoro può interessarsi a un individuo che soffre di solitudine e non sa condividere la soluzione dei problemi? Il ricercatore aveva, infatti, appena concluso una ricerca su un campione di 4000 individui che ha evidenziato la necessità, per le aziende, di non sottovalutare il problema della solitudine che sembra affliggere molti di noi in questa contemporaneità caratterizzata dalla frammentazione dei rapporti. La solitudine è sì una condizione individuale che può però, secondo Cacioppo, trasmettersi perché chi è solo tende ad avere un approccio negativo nei confronti degli altri, fatto che certo non aiuta a cementare sane relazioni interpersonali.

E ciò che vale per la solitudine può valere per altre mille variabili. Anche la scarsa motivazione e propositività, la poca voglia di condividere non solo difficoltà ma anche soluzioni, la tendenza a portare avanti solo il pezzettino del proprio lavoro senza curarsi di come questo debba integrarsi con quello dei colleghi, incide negativamente sul benessere di un gruppo di lavoro e, di conseguenza, sul clima aziendale e sulla produttività.

Aspetti caratteriali come la socievolezza e la predisposizione al rapporto con gli altri, unite ad un modo di porsi cordiale e positivo, possono essere il nostro punta di forza e contare quanto e più un buon voto di laurea o lo stage svolto in un’azienda prestigiosa.

Per il CV
Valorizzate dunque nel vostro curriculum tutto ciò che può evidenziare il fatto che possedete buone doti relazionali: siete a capo di un gruppo scout, curate i rapporti promozionali della vostra band, coordinate la redazione di un giornalino, seguite l’inserimento di nuovi volontari all’interno dell’associazione no profit di cui siete soci. Tutto ciò racconta molto di voi, di come vi rapportate agli altri, di come potete inserirvi in un gruppo di lavoro contribuendo in modo significativo al suo successo.

E per chi ha avuto meno modo di sperimentarsi in contesti aggregativi e sa di essere carente da questo punto di vista non si abbatta ma cerchi di colmare la lacuna. Osservate e prendete ad esempio chi sembra “saperci fare” più di altri nelle situazioni in cui, come gruppo, si deve giungere ad una decisione o all’adozione di un obiettivo condiviso. Leggete libri su questa tema e riflettete sugli spunti offerti. Partecipate ai laboratori formativi che spesso Università e Centri di orientamento post universitari offrono agli utenti.

Come Funziona il Coworking

Il mondo del lavoro sta cambiando. Nuove prospettive sono entrate in gioco all’interno delle aziende e stanno costringendo le organizzazioni a ripensare alla tradizionale comunicazione dei contenuti e al modo in cui viene definito un information worker. È necessario indirizzare queste forze per restare competitivi, continuare a offrire servizi, gestire il rischio e i costi, e proteggere la memoria aziendale che risiede nei dipendenti e nelle applicazioni. Il telelavoro è una modalità di lavoro a cui si riferiscono numerose grandi aziende, grazie a cui, impiegando infrastrutture telematiche ed informatiche, è possibile valicare i tradizionali confini fisici e logistici dell’ufficio.
Il termine telelavoro indica, infatti, un particolare tipo di rapporto di lavoro caratterizzato dal fatto che l’attività del prestatore viene normalmente svolta con l’ausilio di strumenti informatici e attrezzature telematiche, in luogo diverso dai locali aziendali, prevalentemente da casa.

Il Coworking (da “co” = insieme e “work” = lavoro) è una modalità di telelavoro che sta emergendo recentemente, il termine è stato coniato da Bernie DeKoven nel 1999 e nel 2005 utilizzato da Brad Neuberg per descrivere uno spazio fisico. Neuberg organizzò un sito di Coworking denominato “Hat Factory” a San Francisco, un live-loft di lavoro, che è sede di tre lavoratori della tecnologia, ed è aperto agli altri durante il giorno. Cooperative di Coworking ora esistono in Argentina, Australia e Germania, anche se la maggior parte dei siti è negli Stati Uniti di cui la sede principale a San Francisco dove è presente anche una società di consulenza, Citizen Coworking.

Come funziona
Se ne avvalgono per lo più professionisti che lavorano da casa, consulenti e lavoratori che viaggiano molto e che finendo col lavorare in isolamento, hanno, comunque, la necessità di raffrontarsi continuamente con i colleghi. È un vero e proprio ritrovo sociale di lavoratori che, sebbene continuino a gestirsi in maniera indipendente, condividono alcuni valori comunie sono interessati alle sinergie che si possono creare nel momento in cui si lavora con altri professionisti nello stesso luogo fisico. Alcuni spazi di Coworking sono nati dall’iniziativa di liberi professionisti del Web e di Internet che erano soliti viaggiare molto e lavorare da bar e caffè, oppure in isolamento dalle loro case. Le iniziative di Coworking assomigliano di più a cooperative, specie per la loro attenzione al concetto di comunità piuttosto che a tipiche iniziative commerciali, non sono degli studi associati ma, degli spazi di recupero trasformati in veri e propri uffici ,divisi in grandi e piccoli loft, con ampie aree comuni e postazioni lavoro condivise e condivisibili. Una cultura ancora da diffondere, poiché completamente diversa da quella classica aziendale.

Oggi il Coworking in Italia è quello che in economia si definisce un “blue ocean”, un mercato senza competitor ma anche con pochi esempi a cui riferirci. Molti dei partecipanti al Coworking sono anche coinvolti nei BarCamp e altri sviluppi collaborativi di tecnologie quali, ad esempio, progetti open source. Bernie Dekoven, il creatore del CoWorking Institute, ha definito il Coworking l’arte della collaborazione online, o meglio, lavorare insieme in modo eguale. Il movimento creato da Bernie è molto di più di una condivisione di spazi, ha a che fare con la collaborazione tra menti creative, capaci di lavorare in modo produttivo e ugualitario, il Coworking è l’antitesi del lavoro in azienda! I progetti si sviluppano per affinità, non c’è una decisione dall’alto, anche perché non esiste nessun capo, e la cooperazione ha come prerogativa la meritocrazia.

Condividere gli spazi
È fondamentale che chi voglia partecipare al Coworking riconosca di essere parte di un gruppo, e quindi si comporti in modo collaborativo e rispettoso, senza disturbare il lavoro degli altri e mantenendo in ordine gli spazi. Gli spazi di Coworking sono popolati da freelance, consulenti, programmatori informatici, imprenditori, giornalisti, architetti, designer, scrittori che pagano una quota di affitto per la postazione personale e la condivisione degli spazi e dei servizi comuni, che, in genere, comprendono la disponibilità di cassetti o scaffali di armadi, luce, gas, collegamento a Internet, computer, stampanti, scanner e fotocopiatrici. Ma il vero valore aggiunto è l’atmosfera creativa e lo scambio di idee, perché il Coworking rappresenta un’occasione di collaborazione, incontro e nascita di nuovi progetti.

Alcuni esempi
Cliccando qua e là nella fitta rete informatica si trovano degli spazi molto stimolanti, il più interessante è proprio quello di San Francisco che, come già accennato, si chiama Hat Factory, sul sito il gestore presenta il suo locale con un video molto divertente in grado di trasmettere subito lo spirito creativo proprio del luogo. Ci sono, poi, molti Co-Work a tema, dove viene stimolato il confronto tra professioni simili per dare maggiore possibilità di collaborazione. Soprattutto chi svolge un lavoro creativo sa bene come l’interazione è linfa per la concretizzazione di progetti.

Come Studiare in Canada

Il Canada non possiede un sistema di istruzione nazionale. L’istruzione pubblica è infatti sotto la giurisdizione di ciascuna delle dieci Province e dei tre Territori di cui si compone, ognuno dei quali ha un proprio Ministero dell’Istruzione.
Per riunire tutte queste istituzioni, nel 1967 è stato creato il CMEC (Council of Ministers of Education).
Bisogna inoltre considerare che ogni istituto di istruzione superiore ha un proprio regolamento e, di conseguenza, le regole per l’ammissione, i requisiti richiesti, le tasse per la frequenza dei corsi e l’offerta formativa possono variare molto.

Organizzazione degli studi
L’istruzione superiore è offerta da università e college ed è articolata in due livelli di corsi
undergraduate: grado iniziale di istruzione universitaria, che corrisponde alla laurea di I livello in Italia;
graduate: secondo e terzo livello di istruzione universitaria, che corrispondono agli studi post laurea triennale in Italia.
I corsi undergraduate rilasciano, dopo 3 o 4 anni di studio, i diplomi di Bachelor. Più nello specifico, la denominazione può essere “Bachelor of arts” o Bachelor of sciences”, a seconda dell’ambito degli studi effettuati.

I corsi graduate sono articolati in corsi master (uno o due anni di studio dopo il bachelor) e in dottorati di ricerca (da 3 a 5 anni di ricerche post master).
L’anno accademico di norma inizia a settembre e termina ad aprile, con possibilità di ammissione a settembre e gennaio.
A seconda della località, la lingua di insegnamento è l’inglese o il francese oppure, in alcuni casi, entrambe.
Oltre alle tradizionali lezioni in aula, molte università offrono programmi a distanza.
L’Università di Alberta, del Québec e la British Columbia, inoltre, basandosi sul modello britannico, hanno istituito una Open University, con politiche di ammissione liberali e una rilevante specializzazione per l’insegnamento a distanza.

Requisiti e ammissione
Risulta essere importante ricordare che per poter studiare in Canada è necessario possedere uno specifico visto: se si desidera immatricolarsi a un corso di durata inferiore a 6 mesi, si dovrà richiedere un visto turistico, altrimenti servirà quello per studio o per tirocinio.
Al momento della richiesta del visto, si dovrà possedere la seguente documentazione: lettera di accettazione dell’Istituto prescelto, fotocopia del passaporto con almeno 6 mesi di validità, 2 fotografie recenti (nome e data di nascita riportati sul retro), una certificazione delle condizioni finanziarie che devono permettere il sostentamento personale per tutta la durata del periodo di studi, il certificato del Casellario Giudiziale e Carichi Pendenti che accerti la fedina penale, il pagamento della tassa d’ufficio non rimborsabile. Per chi ha programmato di studiare nel Quebec sarà necessario richiedere anche il certificato di accettazione nel territorio.

Per quanto riguarda i requisiti per l’accesso e l’equivalenza dei titoli stranieri, ciascuna università stabilisce autonomamente regole e criteri.
Per i corsi graduate (master e dottorati) l’esperienza professionale può essere valutata favorevolmente e, a volte, può sostituire l’esperienza accademica.
Per chi si è laureato in Italia, particolarmente in Facoltà che prevedono un percorso di studi di 5 anni, è possibile essere ammessi direttamente a programmi di Dottorato.

Oltre ai titoli di studio, occorre dimostrare di possedere un’adeguata conoscenza di inglese o francese a seconda dell’università prescelta. Nella maggioranza delle università anglofone occorre possedere almeno 550-600 punti nel test TOEFL (Test of English as a Foreign Language), mentre le università francofone non hanno punteggi minimi, ma valutano le domande caso per caso.

Visto che possono essere richiesti altri requisiti specifici, variabili da un istituto all’altro, occorre prendere contatto diretto con gli istituti stessi.
Prima dell’arrivo nel paese è necessario, inoltre, informarsi sulla eventuale assicurazione sanitaria (non sempre inclusa nelle tasse di frequenza universitaria).

Iscrizioni e scadenze
Per l’ammissione a un corso presso un ateneo canadese è necessario contattare l’istituto prescelto (Registrar’s office), chiedendo la documentazione specifica per gli studenti stranieri.
I termini per l’iscrizione dipendono dalla singola università, ma generalmente la scadenza è due mesi prima dell’inizio del semestre.
Una volta ammessi si riceve una lettera di accettazione, con la quale sarà possibile richiedere il visto per studio alla sede italiana dell’Ambasciata del Canada, Ufficio Immigrazione.
Nell’insieme queste procedure richiedono molto tempo: ad esempio, per ottenere il permesso di soggiorno può capitare di aspettare anche sei mesi, dunque è consigliabile iniziare l’iter almeno con otto mesi di anticipo rispetto all’inizio preventivato delle lezioni.

Tasse universitarie e budget
I costi per la frequenza degli istituti canadesi variano in relazione alla Provincia e al tipo di università e di corso.
Le tasse di iscrizione per i corsi undergraduate, ad esempio, possono oscillare tra 5.000 e 17.000 dollari canadesi.
In molti istituti, inoltre, gli studenti stranieri sono tenuti a corrispondere un ammontare superiore a quello stabilito per i residenti in Canada, soprattutto nel Québec e nei College di Arte Applicata e di Tecnologia dell’Ontario.
Il governo del Canada offre borse di studio per studenti stranieri, per periodi da 4 a 12 mesi, presso istituti e laboratori canadesi. Possono partecipare laureati, laureandi, dottorandi, dottori di ricerca e artisti di cittadinanza italiana.
Le Università e i College bandiscono un numero limitato di borse di studio a copertura parziale delle tasse di iscrizione, assegnate, in base al merito, a iscritti a programmi graduate.
Le domande devono essere presentate direttamente a ogni istituto al momento della richiesta di ammissione al corso di studi.

Come Diventare un Restauratore

I restauratori, sono dei professionisti che si occupano di dare nuova vita a libri, mobili, affreschi o oggetti che appartengono al passato. Il restauratore, è in grado di capire ed analizzare lo stato dell’opera d’arte e di preventivare degli interventi. Si tratta di un lavoro estremamente affascinante che richiede una formazione alquanto complessa e articolata; infatti, un bravo restauratore deve avere non soltanto un’ottima formazione ma anche un solido bagaglio di esperienze. E’ questo professionista che decide quali siano le tecniche migliori e gli strumenti da utilizzare per il recupero dell’opera; per questo è necessario che sappia stendere un piano di lavoro, sia in grado di effettuare misurazioni e perizie. I principali campi nei quali un restauratore lavora sono le opere private e quelle che appartengono allo Stato; un’ulteriore distinzione riguarda le opere archeologiche, quelle cartacee o lapidee.

Per diventare restauratore dopo aver conseguito la terza media, il percorso di studi potrebbe proseguire o iscrivendosi ad un liceo artistico oppure al liceo scientifico, nel quale vengono fornite le basi importanti di matematica, fisica e chimica. Naturalmente la scelta del tipo di scuola, dipende dal campo nel quale si desidera lavorare; infatti, le possibilità sono svariate e comprendono il settore lapideo, cartaceo, ligneo e tanti altri.

In seguito, il percorso di studi prosegue frequentando l’accademia delle belle arti oppure una scuola di restauro; le più ambite e note del nostro Paese sono l’istituto centrale per il restauro e l’opificio delle pietre dure entrambi a Firenze. Le scuole di restauro presenti sul nostro territorio, sono state fondate per volontà del Ministero dei beni e delle attività culturali. Queste scuole, forniscono un diploma di laurea che è equiparato alla laurea magistrale ed hanno una durata di cinque anni.

Per poter iscriversi, è necessario superare un concorso pubblico. Fra queste scuole a Roma si trova l’Istituto superiore per la conservazione e il restauro, la Scuola per il restauro del mosaico a Ravenna e la Scuola di alta formazione a Venaria Reale. Se si desidera intraprendere la carriera di restauratore di monumenti e si possiede una laurea in ingegneria, architettura o lettere è possibile iscriversi al biennio di restauro dei monumenti. Al termine degli studi si ottiene il titolo di specialista in restauro dei monumenti.

Inoltre, esistono numerose altri corsi di specializzazione e scuole che permettono di imparare le tecniche di restauro e conservazione. Nella scelta dei corsi di specializzazione, è fondamentale verificare che una discreta parte delle ore sia di tirocinio o stage; inoltre, meglio che i docenti siano tutti altamente qualificati. Le materie affrontate durante il corso di studio riguardano lo studio dei materiali, delle tecniche di restauro ma anche lo sviluppo della manualità.

Per diventare restauratore qualificato, si possono frequentare i corsi di durata quadriennale; per conseguire questo titolo è necessario aver frequentato le scuole O.P.D o I.C.R oppure una scuola statale e regionale. Ma per le ultime due, bisogna considerare la necessità di proseguire la formazione con un periodo di pratica che sia certificato. La qualifica di restauratore, può essere ottenuta anche se si è in possesso di un diploma di laurea in conservazione e restauro oppure se si è frequentato un corso di restauro di almeno due anni. In alternativa, è sufficiente essere in possesso di un’esperienza minima di quattro anni nello svolgimenti dei restauri dei beni culturali.

Il restauratore può trovare impiego sia presso botteghe e studi provati che presso i laboratori dello Stato; inoltre, secondo la propria competenza può lavorare direttamente sul sito ove si svolge il recupero, per esempio se restaura un affresco, oppure in laboratorio, se si occupa di documenti cartacei.

Il restauratore può lavorare sia in con come dipendente pubblico o privato che aprendo un’attività in proprio. Se si sceglie un un’attività in proprio, è necessario richiedere l’iscrizione al registro delle imprese artigiane presso la camera di commercio; inoltre, è necessario richiedere l’apertura di una partita IVA, aprire una posizione Inail, Inps. Il locale da adibire a laboratorio deve ottenere il visto rilasciato dall’Asl di appartenenza e deve rispettare le norme igieniche. Se l’attività è svolta in modo occasionale, invece, sarà sufficiente l’emissione di una ricevuta, che può essere realizzata seguendo questo modello.

Il campo del restauro offre importanti prospettive lavorative, soprattutto per alcuni materiali come le pellicole cinematografiche e gli strumenti musicali.